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Jorge da Burgos
File:Il nome della rosa Jorge da Burgos.png
Jorge da Burgos interpretato da Fëdor Fëdorovič Šaljapin
UniversoIl nome della rosa
AutoreUmberto Eco
EditoreBompiani
Interpretato da
  • Fëdor Fëdorovič Šaljapin
  • James Cosmo
Caratteristiche immaginarie
ProfessioneEx bibliotecario, monaco
AffiliazioneOrdine benedettino

Jorge da Burgos è un personaggio immaginario apparso nel romanzo Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco. È stato interpretato da Fëdor Fëdorovič Šaljapin nell'omonimo film del 1986 per la regia di Jean-Jacques Annaud e da James Cosmo nell'omonima miniserie televisiva italo-tedesca del 2019.​

È il principale antagonista del romanzo e la sua caratterizzazione è stata ideata in completa antitesi con quella del protagonista, Guglielmo da Baskerville. Mentre quest'ultimo è portatore di nuove idee e un accanito ricercatore del sapere, Jorge vive in un austero immobilismo, sicuro che tutto ciò che è necessario alla salvezza dell'uomo sia già stato scritto.​

Jorge risiede in un monastero benedettino di regola cluniacense nell'Italia settentrionale. Si tratta di uno dei massimi centri di cultura di tutto il mondo occidentale, che in passato amministrò come bibliotecario, ruolo di massimo prestigio all'interno della comunità. La sua vasta conoscenza e la veneranda età lo rendono uno dei monaci più rispettati all'interno dell'abbazia. Quello che Guglielmo non sa è che in realtà lui ha il completo controllo del monastero, grazie all'ascendente che esercita sui suoi confratelli e perfino sull'abate Abbone da Fossanova. L'ordine prestabilito viene meno quando alcuni monaci incominciano a provare interesse nei confronti di un certo libro proibito nascosto nella biblioteca, il cui sapere potrebbe portare il caos e il degrado morale tra gli uomini. Così Jorge dà inizio ad una serie di macchinazioni che porteranno alla morte di tutti coloro che entreranno in possesso del manoscritto.​

Jorge da Burgos è l'ex bibliotecario dell'abbazia in cui si svolgono le vicende del romanzo. Viene descritto come un uomo molto anziano e cieco, dotato di una voce ancora maestosa, ma le cui membra possenti si sono rattrappite sotto il peso dell'età[1]. Ha più di ottanta anni ed è il secondo monaco più vecchio dopo Alinardo da Grottaferrata[2]. Grazie alla sua prodigiosa memoria è in grado di muoversi con prontezza nella struttura labirintica della biblioteca, luogo a cui di norma potrebbero accedere solo l'abate, il bibliotecario Malachia da Hildesheim e il suo aiutante Berengario da Arundel.

Inoltre egli è l'unico a conoscere il segreto custodito nel Finis Africae, la sezione proibita dove vengono custoditi i tomi più pericolosi, scritti da autori non cristiani. Si tratta del secondo volume della Poetica di Aristotele, opera considerata perduta che tratta dell'arte comica. Jorge teme che il distacco portato dall'ironia annienti il timor di Dio e il rispetto delle autorità, condannando l'umanità alla perdizione. Per questo non può permettere che il testo finisca in mani sbagliate.

Diversi anni prima degli eventi narrati nel romanzo Jorge da Burgos era un giovane dallo spiccato intelletto che attirò l'attenzione dell'allora bibliotecario dell'abbazia, Paolo da Rimini, che lo prese con sé come assistente assieme ad Alinardo da Grottaferrata. Quando Paolo da Rimini divenne abate ci si aspettava che Alinardo gli sarebbe succeduto per anzianità di servizio. Tuttavia in quel periodo l'abbazia stava espandendo la propria collezione con nuove acquisizioni sull'Apocalisse e Jorge ne approfittò per strappare il posto al confratello. Si recò a Silos, località spagnola vicina a Burgos, e lì si procurò delle preziose acquisizioni di apocalissi ispaniche che gli valsero il favore degli altri monaci[3]. Durante il viaggio però rinvenne anche l'ultima copia rimasta del secondo volume dell'Ars Poetica di Aristotele. Jorge ne riconobbe subito la pericolosità, in quanto avrebbe legittimato l'uso del comico per delegittimare ogni autorità civile e morale. Non se la sentì di distruggere il libro, poiché credeva nell'onorevole vocazione monastica di preservare la cultura indipendentemente dalla sua validità teologica, e quindi decise di nasconderlo[4].

Le cose si complicarono quando incominciò a perdere la vista intorno ai quaranta anni[5]. La cecità gli avrebbe impedito di proteggere il manoscritto segreto più a lungo. Decise così di circondarsi di assistenti più ignoranti di lui e che poteva manipolare a suo piacimento, prima Roberto da Bobbio e poi Malachia da Hildesheim, il quale non conosceva né il greco né l'arabo. In questo modo il suo successore sarebbe sempre dipeso da lui per gestire la biblioteca e non sarebbe stato in grado di leggere il libro della Poetica.

La sua cecità inoltre gli impedì di diventare abate, ruolo che per tradizione spettava all'ex bibliotecario. Quando Paolo da Rimini scomparve in circostanze misteriose, Roberto da Bobbio non poté ereditarne la carica per ragioni ignote. Allora fu proprio Jorge a proporre di rompere con la tradizione ed eleggere per la prima volta un abate che non avesse ricoperto in precedenza il ruolo di bibliotecario. Venne scelto Abbone da Fossanova, un individuo ignaro dei più oscuri segreti dell'abbazia che lo spagnolo avrebbe facilmente potuto manipolare[6].

Tuttavia commise l'errore di non dare importanza all'omosessualità di Malachia, ora divenuto nuovo bibliotecario. Egli infatti scelse come assistente un altro omosessuale, Berengario da Arundel, che bramava in segreto. Jorge accettò la cosa pensando di avere così uno strumento in più per poterli eventualmente ricattare e controllare. Quello che non aveva previsto è che proprio l'incontinenza di Berengario avrebbe permesso ad Adelmo di Otranto di avventurarsi nel Finis Africae, dando inizio agli eventi narrati nel libro.

Con il passare dei decenni l'ascesa al potere di Jorge venne dimenticata e le nuove generazioni di monaci non sospettarono mai l'effettiva influenza che l'anziano ex bibliotecario esercitava sull'abbazia. Alinardo invece venne colpito dalla senilità e dimenticò l'identità di colui che gli aveva sottratto il ruolo che gli spettava. Degli antichi dissapori rimasero solo i suoi vaneggiamenti sull'avvento dell'Apocalisse, diffusi lungo tutto il romanzo.

Jorge rimarrà indisturbato fino alla fine di novembre del 1327. Allora l'abbazia venne scelta per ospitare un delicato convegno che avrebbe visto contrapporsi i francescani, sostenitori delle tesi pauperistiche e appoggiati dall'imperatore Ludovico il Bavaro, e i delegati della curia papale di Papa Giovanni XXII, insediata a quei tempi ad Avignone.

Tra gli invitati all'incontro c'è Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore e frate francescano inglese, che riuscirà in seguito a svelare i piani di Jorge con l'aiuto del suo novizio Adso da Melk.

La vicenda ha inizio quando Adelmo da Otranto, giovane maestro miniatore, confessa a Jorge di essersi concesso a Berengario da Arundel, aiuto bibliotecario dell'abbazia, in cambio della promessa di entrare nel Finis Africae[7]. Jorge si mostrò intollerante nei confronti del monaco, che già l'aveva irritato con le sue grottesche miniature che inducevano al riso[8]. Divorato dai sensi di colpa Adelmo si uccide. L'ex bibliotecario si rende conto che il secondo volume dell'Ars Poetica non è più al sicuro e decide di intingere i bordi delle pagine con un potente veleno, rubato tempo addietro all'erborista Severino da Sant'Emmerano, per uccidere chiunque avesse provato a carpirne i segreti. La sostanza rende le pagine difficili da girare e, inumidendo le dita con la saliva per separare le carte, s'ingerisce inconsapevolmente la tossina.

Durante una visita allo scriptorium, per indagare sulla morte di Adelmo, Guglielmo da Baskerville incontra per la prima volta Jorge, e i due hanno un acceso dibattito sulla legittimità della risata. Il primo la vede come uno strumento salvifico, il secondo come il primo passo verso un mondo dove nulla è più esente da critiche, dove tutto può essere deriso e sminuito, anche i moniti delle Sacre Scritture e ogni forma gerarchica di autorità[9].

In seguito muore Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall’arabo, il quale è riuscito ad entrare nel Finis Africae e a sottrarre il volume proibito. Berengario scoprirà il suo cadavere e, per non attirare l'attenzione sulla biblioteca, lo nasconderà in un otre pieno di sangue di maiale[10]. Guglielmo incontra di nuovo Jorge e riprendono la loro discussione sul riso che si fa ancora più accesa[11]. Tuttavia nessuno sospetta di lui, data l'età e la cecità. Ascoltando i vaneggiamenti di Alinardo, il francescano si convince che deve esserci un assassino ossessionato dall'Apocalisse in mezzo a loro, dal momento che il ritrovamento dei due cadaveri ricorda il passaggio delle sette trombe nelle Sacre Scritture.

La terza vittima è proprio Berengario che ruberà l'Ars Poetica dalla postazione di Venanzio prima che Guglielmo e Adso possano trovarlo. Vinto dalla curiosità, sfoglierà anche lui le pagine impregnate di veleno ponendo fine alla sua vita. Il suo corpo, ritrovato nei bagni, ricalca casualmente il passo della terza tromba dell'Apocalisse e Jorge incomincia a sentirsi uno strumento della provvidenza divina[12].

Il libro verrà ritrovato dall’erborista Severino da Sant’Emmerano, monaco che in precedenza ha ripetutamente offerto aiuto a Guglielmo e Adso nel corso delle indagini. A causa della sua imprudenza nel comunicare al francescano il fortunato ritrovamento, Jorge viene a sapere quanto è avvenuto e così ordina a Malachia di ucciderlo. Per assassinarlo utilizzerà una sfera armillare, ricalcando inconsapevolmente il passo della quarta tromba[13]. Bernardo Gui, inquisitore di nota fama chiamato a prendere parte al convegno, si convince che la colpa degli omicidi sia dell'ex dolciniano Remigio da Varagine, allontanando ogni sospetto dalla biblioteca. Guglielmo e Adso perquisiscono l'inventario dell'erborista alla ricerca del tomo mortifero ma il monaco Bencio da Uppsala riesce comunque a sottrarlo. Malachia lo scopre e, offrendo al confratello di diventare nuovo assistente bibliotecario, riesce a recuperare il libro.

Con il volume ritrovato e Remigio accusato per gli omicidi Jorge sembra aver raggiunto il suo obbiettivo. Tuttavia nemmeno Malachia riesce a resistere alla curiosità e, ignorando gli ammonimenti del mentore, proverà a decifrare l'Ars Poetica. Morirà durante la messa, un decesso che ricalca il passaggio della quinta tromba dell'Apocalisse. Sarà un duro colpo per il cieco vegliardo, che intuisce come questo errore potrebbe mandare in fumo tutti i suoi sforzi[14].

Infatti l'abate Abbone da Fossanova riesce infine a scoprire la verità. Non potendo affrontare Jorge direttamente e rischiare di rovinare la reputazione del monastero, gli chiede di aprire il Finis Africae a tutti e porre fine alle sue macchinazioni. Il vecchio monaco riesce però ad ingannarlo e, attiratolo in un passaggio segreto con la promessa che l'avrebbe condotto nella sezione proibita, lo rinchiude al suo interno. Morirà per mancanza di ossigeno, rispettando il passo della sesta tromba[15].

Sarà nel Finis Africae che avverrà il confronto finale con Guglielmo e Adso, i quali sono riusciti a ricostruire la verità dei fatti. Jorge si giustifica, non si considera responsabile di tutti i delitti. Se i monaci non fossero stati vinti dal desiderio di conoscere ciò che non gli era concesso sapere non sarebbero morti. Vistosi scoperto il vecchio monaco si suicida, divorando le pagine del manoscritto affinché nessuno possa mai leggerlo. La caduta accidentale di una candela darà poi l'avvio ad un incendio che consumerà per sempre l'abbazia, la biblioteca e tutti i suoi segreti. Alla fine del romanzo il colpevole è stato scoperto, ma è proprio lui a raggiungere il trionfo nella morte[16].

Jorge è un personaggio costruito in contrasto con il protagonista del romanzo. Così come Guglielmo indossa un paio di occhiali per leggere, desideroso di scoprire conoscenza e verità, l'ex bibliotecario è cieco, un personaggio che non può comprendere il cambiamento o aprirsi a opinioni differenti dalle proprie. Per il francescano il sapere è costante ricerca, per il vecchio monaco invece tutto ciò che è degno di essere saputo è già stato scritto, lo scopo degli uomini è solo quello di tramandarlo. Guglielmo crede nella compassione e nel confronto delle idee, Jorge è severo e inflessibile e metterà in guardia Adso riguardo i pericoli della carne.Proprio rivolgendosi al giovane menziona Adso da Montier-en Der, autore del Libellus de Antichristo, che avrebbe previsto l'inevitabile avvento della fine dei tempi. Occorre vivere nel timor di Dio per giungere alla resurrezione dell'anima[17].

Jorge rifiuta ogni forma di mondanità e ripudia il riso in quanto strumento di degrado e perdizione per la morale umana. Quest'ultimo è legittimato invece da Guglielmo che lo reputa uno strumento salvifico in grado di illuminare l'uomo. Colui che osserva il mondo con ironico distacco può giudicarlo e metterlo in discussione, per questo motivo il riso è agente del caos tra le genti. Questo timore è avvalorato dal diffondersi dell'eresia di Dolcino e da altri grandi cambiamenti che stanno mettendo in discussione l'ordine prestabilito. Il mondo al di fuori dell'abbazia sta cambiando troppo in fretta e Jorge teme il cambiamento.

Altra ragione di contrasto con il francescano è l’approccio alla storia dell’umanità. Guglielmo ritiene che la storia sia opera degli uomini, frutto delle loro scelte in un mondo apparentemente senza certezze o scopo. Gli uomini sono dunque responsabili del proprio destino. Jorge non è d’accordo e, profondamente segnato dalle matrici dell’agostinismo altomedievale, pensa che ogni atto sia parte del disegno della Divina Provvidenza. Il percorso degli uomini è incanalato nella historia salutis, in un finalismo divino che gli tornerà poi comodo per giustificare le morti avvenute per causa sua.

Contesto storico

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La vicenda è ambientata nel 1327, durante un profondo periodo di crisi per la Chiesa. Il papato è in esilio ad Avignone e vi rimarrà fino al 1377. L’attuale papa, Giovanni XXII, deve affrontare le conseguenze delle scelte del suo predecessore, Clemente V, che aveva reso meno rigida l’originaria regola di povertà dei francescani, provocando così una frattura all’interno dell’Ordine stesso.

Di conseguenza coloro che seguivano più rigidamente la regola di San Francesco, gli Spirituali francescani (o fraticelli), decisero di allearsi con Ludovico il Bavaro per difendersi dalla condanna papale.

Giovanni XXII non era molto amato per le sue origini francesi e la tendenza ad eleggere cardinali francesi. Questo non poteva che incrinare ancor più i rapporti con questi frati ribelli, ora divenuti avversari politici e non solo dottrinali. Non era una questione da sottovalutare, poiché nel secolo precedente l’estendersi di eresie quali quella dei catari aveva provocato come risposta la nascita dell’Inquisizione, incaricata di sedare queste ribellioni. La repressione catara porterà a numerosi spargimenti di sangue, come il massacro di Béziers. Il legato pontificio Arnaud Amaury non si fece scrupoli a uccidere anche degli abitanti cattolici poiché incapace di distinguerli dagli eretici («Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi», questo fu il suo ordine). I legati papali riportarono 20.000 vittime, ma altre fonti aumentarono il numero tra i 60.000 e i 100.000. Non risparmiarono nemmeno i bambini e i cadaveri furono sottoposti a varie umiliazioni, le peggiori riservate alle donne. La crociata albigese uccise circa un milione di persone, non solo catari ma anche comuni popolani francesi[18].

In questo periodo cominciano a diffondersi diverse eresie dottrine anticlericali. Le predicazioni di individui quali Dolcino da Novara contribuirono ad alimentare i contrasti con il pontefice. Annunciavano una nuova era, basata su principi pauperistici e millenaristici, e rifiutavano l'autorità della Chiesa. I disordini e le violenze che ne derivarono vennero repressi nel sangue, i capi furono condannati a morte e i discepoli finirono dispersi e perseguitati.

Jorge da Burgos non è estraneo a queste circostanze. La gravità degli eventi non possono che motivare ancor più le sue trame per salvare il mondo dal caos in cui sembra essere precipitato.

Jorge da Burgos è evidentemente ispirato alla Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges. La struttura esagonale dell'edificio è un'ovvia citazione, così come la ricerca ossessiva del Libro della Verità. Borges fu direttore della Biblioteca Nacional di Buenos Aires fino al 1973 e, proprio come il personaggio creato da Eco, perse il senso della vista. L’immagine del labirinto è centrale nella sua poetica e rappresenta l'impossibilità dell'uomo di trovare una verità assoluta. Il personaggio è dunque un omaggio al grande scrittore argentino, il cui pensiero ha direttamente influenzato la creazione del mondo in cui si svolgono le vicende narrate nel romanzo.

Gilbert Chesterton era un altro autore molto amato da Umberto Eco. Anche lui ha scritto di un religioso investigatore, Padre Brown, e tra i suoi numerosi saggi esiste anche un'apologia della risata, che contrappone al più “conveniente” sorriso ne L’uomo comune:

«… nel conflitto odierno tra il Sorriso e la Risata, il mio favore va tutto alla risata. La risata ha qualche cosa in comune con gli antichi venti della fede e dell’ispirazione; essa disgela l’orgoglio e stura la sicurezza; induce gli uomini a dimenticare sé stessi di fronte a qualcosa che li trascende; qualcosa a cui non possono resistere. Il santo è colui che disprezza le cose buone e ne gode. Ma quando sente una cosa proprio buona, che lo diverte per davvero, non riesce più a disprezzarla. E in tale, spaventevole, apocalittica circostanza non sorride più: egli ride»[19].

Anthony Burgess, autore e critico amico di Eco, affermò che «Jorge […] è rigidamente antichestertoniano»[20]. La figura del cieco ex-bibliotecario risulta dunque in contrapposizione con uno degli autori più apprezzati da Eco.

Umberto Eco ha intessuto il suo romanzo di numerosi riferimenti letterari, come l'Ulisse di James Joyce, Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e L'ordalia di Italo Alighiero Chiusano.

Uno degli autori che hanno influenzato maggiormente la stesura del romanzo è stato Robert Van Gulik, autore della serie di libri del mistero con protagonista il progressista giudice cinese Dee, una figura che ricorda molto Guglielmo da Baskerville. Ne Il monastero stregato Dee è impegnato in una indagine riguardante una serie di omicidi avvenuti in un monastero. Qui dovrà confrontarsi con il mistico oscurantista taoista Sung Ming, personaggio molto simile a Jorge. Il loro conflitto tra modernità e oscurantismo, la corruzione che si diffonde nel monastero, la minaccia dei tormenti destinati ai peccatori nell'aldilà sono tutti elementi che ritorneranno ne Il nome della rosa. Ulteriore parallelismo è riscontrabile nella presenza di un ripostiglio segreto ove avrà luogo il confronto finale. Il titolo originale del romanzo di Eco sarebbe dovuto essere L'abbazia del delitto, che richiama chiaramente Il monastero stregato.

Jorge Luis Borges ha ispirato la creazione di Jorge sopratutto con La biblioteca di Babele, da cui ha tratto diversi elementi per la sua storia, e La morte e la bussola. Si tratta di un racconto giallo nel quale il detective Erik Lönnrot deve scoprire il colpevole di una serie di omicidi basati su uno schema cabalistico. Così come Guglielmo è convinto che gli omicidi stiano seguendo le parole dell'Apocalisse, così Lönnrot conduce le sue indagini basandosi sullo schema della Cabala da lui intuito. Ma entrambi si sbagliano. Così come Jorge abbraccia l'erronea intuizione del suo avversario per depistare le indagini, così l'astuto Scharlach sfrutta l'errata deduzione di Lönnrot per attirarlo in una trappola. Appare evidente come Eco abbia tratto da questo racconto il modus operandi di Jorge. Nel confronto finale tra Scharlach e Lönnrot ritorna l'elemento del labirinto, anche se questa volta si tratta di una struttura mentale ideata dall'assassino per intrappolare l'avversario e non di un ambiente fatto di mura e mattoni.

Ulteriore spunto d'ispirazione è il professor Moriarty, nemesi di Sherlock Holmes. Il noto detective inglese è stato infatti un punto di riferimento essenziale nella creazione di Guglielmo da Baskerville, il cui nome riprende ovviamente Il Mastino di Baskerville. Moriarty è un individuo geniale che, proprio come Jorge, agisce a distanza, senza mai sporcarsi le mani. Nessuno può sospettare di lui perché opera sempre per mezzo di altre persone mentre lui è impegnato altrove. Proprio come Jorge è al di sopra di ogni sospetto, al centro di una rete di relazioni dove tutti dipendono da lui, ma a nessuno è permesso avvicinarsi troppo e svelare i suoi segreti.

Si possono riscontrare altre similitudini con il La bara d'argento di Ellis Peters. Si tratta di un romanzo giallo storico di ambientazione medievale con protagonista il monaco benedettino fratello Cadfael. L'assassino in questo caso è un giovane monaco di nome Colombanus, la cui ambizione e risolutezza ricordano un giovanissimo Jorge in contesa con Alinardo. Quando il priore Robert Pennant ordina la traslazione delle reliquie di Santa Winifreda del Galles, i monaci incaricati incontrano l'opposizione degli abitanti del villaggio locale, rappresentati da un proprietario terriero chiamato Rhisiart. Per adempire alla sua missione Colombanus deciderà di uccidere l'uomo per favorire il trasferimento dei resti. Ancora una volta la storia parla del potere della Chiesa e del suo desiderio di esercitare il proprio ascendente sui fedeli, anche mediante simboli e reliquie. Il tema del contrasto tra la sacralità spirituale e le bassezze del mondo materiale è un altro elemento che accomuna i due romanzi. Il personaggio potrebbe ricordare il monaco Bencio da Uppsala, per la sua età e l'ambizione, ma quest'ultimo non ha mai ucciso nessuno. Jorge invece è una figura più scellerata e crudele, consapevole di come si svolgono i giochi di potere del clero. Altra similitudine con Colombanus è l'attaccamento alle antiche reliquie, come quelle conservate nell'abbazia di Eco, e l'uso degli emblemi della fede come strumento di potere e influenza. Inoltre egli è esperto nell'uso delle erbe e sarà proprio mediante un veleno che Jorge porterà la morte nel monastero.

  1. ^ Umberto Eco, Primo giorno, Dopo nona, in Il nome della rosa.
  2. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Prima, in Il nome della rosa.
  3. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Prima, in Il nome della rosa.
  4. ^ Umberto Eco, Settimo giorno, Notte, in Il nome della rosa.
  5. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Prima, in Il nome della rosa.
  6. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Prima, in Il nome della rosa.
  7. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Prima, in Il nome della rosa.
  8. ^ Umberto Eco, Primo giorno, Dopo nona, in Il nome della rosa.
  9. ^ Umberto Eco, Primo giorno, Dopo nona, in Il nome della rosa.
  10. ^ Umberto Eco, Secondo giorno, Mattutino, in Il nome della rosa.
  11. ^ Umberto Eco, Secondo giorno, Terza, in Il nome della rosa.
  12. ^ Umberto Eco, Quarto giorno, Laudi, in Il nome della rosa.
  13. ^ Umberto eco, Quinto giorno, Sesta, in Il nome della rosa.
  14. ^ Umberto Eco, Sesto giorno, Mattutino, in Il nome della rosa.
  15. ^ Umberto Eco, Settimo giorno, Notte, in Il nome della rosa.
  16. ^ Umberto Eco, Settimo giorno, Notte, in Il nome della rosa.
  17. ^ Umberto Eco, Primo giorno, Dopo nona, in Il nome della rosa.
  18. ^ Helen Ellerbe, Il lato oscuro del Cristianesimo, Roma, Castelvecchi, 2011, p. 75.
  19. ^ Gilbert Keith Chesterton, La risata, in L'uomo comune.
  20. ^ Anthony Burgess, Sherlock Medievale, Saggi su "Il nome della rosa".
  • AA. VV., Saggi su Il nome della rosa, a cura di Renato Giovannoli, Bompiani, 1999, ISBN 88-452-4059-2
  • Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 2010 (1^ ed. 1980)
  • Gilberth Keith Chesterton, L'uomo comune, traduzione di Mirella Pagani, Torino, Lindau, 2011, ISBN 978-88-7180-919-9.
  • Jorge Luis Borges, Finzioni, Einaudi 2006
  • Robert Van Gulik, Il monastero stregato, O Barra O Edizioni, 2009
  • Ellis Peters, La bara d'argento. La indagini di fratello Cadfael: 1, TEA, 2011